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P.E.C. Comune di Fontanarosa
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IL PRESEPE: LE ORIGINI E LA SUA EVOLUZIONE
di Silvio Raffaele Cosato Architetto

La tradizione vuole che nell’anno 1220 a Greccio, nella valle di Rieti, San Francesco d’Assisi in una stalla fece costruire una mangiatoia ai cui lati collocò un bue e un asinello, poi chiamò dei villici del luogo e si suoi confratelli e insieme, cantando lodi al Signore richiamarono le genti dalle zone limitrofe. Dal fascino della grotta di Greccio partiamo per questo nostro breve cammino nell’evoluzione storica del presepe e della sua rappresentazione artistica che vede protagonista la città di Napoli. Nella Chiesa di san Lorenzo Maggiore (transetto a destra) è presente un affresco risalente all’ultimo quarto del XIII secolo dove è rappresentata la Natività. Altro presepe, questa volta scolpita in marmo, è nel Sepolcro del cardinale – arcivescovo Errico Minatolo presso la Cappella dei signori capace – Minatolo dei principi di Canosa (lato destro del Transetto del Duomo di Napoli). Nelle carte notarili del XV e XVI secolo cominciavano a trovarsi menzionati dei figurarum sculptores i quali costruivano rappresentazioni della nascita del redentore sia per icone sia per figure de lignamine a tutto tondo. L’opera più significativa, durante questo periodo, fu quella eseguita da Pietro e Giovanni Alemanni per la Cappella in San Giovanni a Carbonara, commissionata da messer Iaconello Pipe nel 1478; le figure a grandezza naturale erano in legno.nel XVI e XVII secolo il presepe diventava il soggetto preferito dagli artisti tanto che le chiese si arricchivano di nuovi capolavori. Il Santacroce ne scolpirà uno per la Chiesa di Santa Maria la Nova, Giovanni da Nola lo eseguirà per la Chiesa di san Giuseppe dei Falegnami e, non va dimenticato il bassorilievo della Chiesa di Sant’Anna dei Lombardi che alcuni attribuiscono a Donatello, mentre il Vasari sostiene fosse opera di Antonio Rossellino. Lo scenario del presepe cambia totalmente nel XVIII secolo, con la diretta partecipazione dei principi e sovrani, perché saranno messe da parte le immagini a grandezza naturale, opere degli alemanni e di Giovanni da Nola, frutto di solenni sentimenti e di profonda religiosità. Nasce così un presepe aulico e cortese, nettamente distinto dal presepe devozionale e liturgico connesso ai riti e alla celebrazione del Natale. L’8 gennaio 1752, Luigi Vanvitelli, scrivendo da Caserta al fratello Urbano che si trovava a Roma, in uno dei suoi momenti di antinapoletanismo ricordava: "Sono stato a Napoli, ho veduto i presepi, che invero sono tanto goffi nel resto altrettanto sono abili in questa ragazzata, nella quale si applicano efficacemente questi napoletani".
A distanza di quasi tre secoli oggi non possiamo associarci allo sfogo del Vanvitelli, anche se il maestro aveva intuito che lì a poco il presepe avrebbe preso quella sua parte liturgica - rappresentativa, che costituiva la sua ragion d’essere, trasformandosi completamente in sfarzo, sceneggiatura, ostentazione e moda. Carlo III di Borbone faceva costruire il suo presepe mettendo lui stesso a punto gli ultimi particolari. Si dice che a corte, quando si costruiva questo grande presepe compariva padre Rocco, esperto a tal punto che gli era consentito di apportare modifiche anche alle scene più salienti, nonostante a corte vi fossero architetti famosi.



Con Carlo III quindi il presepe diventò real-popolare, le dame di corte curavano i vestiti da fare indossare ai pastori così come facevano per le bambole francesi del Settecento. Maria Amalia, moglie del re, vigilava su questo laboratorio di fine sartoria, al resto pensava Padre Rocco. Presepi così raffinati potevano essere in pochi a permetterseli, primo fra tutti il re e così i suoi figli sui troni di Spagna e di Napoli: Carlo IV si faceva mandare i pastori da Napoli per il suo presepe madrileno e Ferdinando IV ne aveva realizzati due, uno a Belvedere e l’altro a Caserta. Stiamo parlando di presepi con pastori di altissima qualità, rifiniti in ogni dettaglio, con vestiti con fili dorati, con i magi, che erano autentici scrigni di gioielli, poiché sui loro mantelli erano presenti diamanti e pietre preziose. Come si può ben intuire, in tutto questo splendore e sfarzo, si era persa sia la misura il fondamento religioso che ispirava il presepe. E’ da questo periodo in poi che inizia una nuova fase della storia dei presepi, diversa dallo spirito primitivo che traduceva in immagini profonde i sentimenti religiosi, e lontana dallo sfarzo eccessivo della corte dei Borboni. Così tutto l’Ottocento fu percorso da questa moda e durante questo secolo furono spesso protagonisti in negativo potenti personaggi, borghesi arricchiti che crearono un vero e proprio mercato di cessione e acquisto di pastori. Una corsa sfrenata alla ricerca di pezzi particolari d’autori fece nascere anche botteghe di anonimi copiatori che spesso riproducevano le statuette originali dei grandi maestri (Vaccaio, Gori, Sammartino, Mosca, ecc.). Solo da pochi anni si è avuto un approccio diverso rispetto al complesso mondo del presepe. Liberato dall’etichetta di opera lucido-spettacolare, frutto di un mercato opportunistico, il presepe è vera opera d’arte, è forma di cultura e per questo ha rappresentato nel corso dei secoli uno spaccato della storia, dove il popolo è stato rappresentato per un periodo dai sovrani, ma si è poi rappresentato nelle scene di vita quotidiana che noi ancora oggi possiamo ammirare nei tanti presepi. A me piace questa seconda lettura, perché ci aiuta a comprendere il nostro amato presepe che nel corso della sua articolata e a volte triste storia è stato il presepe del popolo. Questa nuova espressione presepiale si configura come più vicina all’immaginario del popolo che si vede rappresentato dall’introduzione, anomala, delle parti strutturali in legno e dalla presenza dell’umile pagliaio. Lo scenario è ispirato ai contesti che ci circondano, è introdotta una grotta anziché la colonna di un tempio o le mura greo-romano per ospitare la scena della Natività. Questa la grande variante che lo ha reso famoso nel mondo; già ammirato nel 1930 dal principe Umberto di Savoia e poi divenuto monumento nazionale. Quello stesso presepe Penta, integrato con altri pastori acquistati da don Davide D’Italia, grazie all’offerta del popolo, fu esposto a Roma in occasione del Giubileo del 1950.



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